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Intervista ad Alice Basso: la serie di Vani Sarca

Alice Basso, classe 1979, è nata a Milano e ora vive in provincia di Torino.
E a Torino è ambientata la serie di romanzi gialli che hanno come protagonista Vani Sarca.

Alice Basso fa mille cose: è traduttrice, redattrice, musicista, ma di questo parlerà direttamente lei.

L’ho contattata su Messenger qualche tempo fa per farle i complimenti per il suo secondo libro, che aveva pienamente rispettato tutte le mie aspettative di divertimento e relax mentale. Lei mi ha risposto e da lì è nata questa intervista.
Alice mi ha conquistata: la scrittrice e la persona che emerge da questa intervista è brillante, divertente e sincera!

Hai fatto anche tu la ghostwriter? Ammettilo!

(Vani Sarca, la protagonista dei suoi romanzi, è una ghostwriter. Brava. Molto brava. Ndr)

Ahahah, no, ma mi viene da ridere perché non sei l’unica ad avere questo sospetto! La cosa divertente è che, per via della natura stessa del mestiere di ghostwriter, anche se giuri e spergiuri pubblicamente di non averlo mai svolto, ci sarà sempre qualcuno che fra sé (o anche non solo fra sé, ma ad alta voce…) si riterrà convinto che tu sia effettivamente anche una ghostwriter, e semplicemente non possa dichiararlo per contratto!
Scherzi a parte, no, mai fatto la ghostwriter vera e propria (e meno male, oserei dire, perché io mica sono come Vani: io ne avrei sofferto!). Tuttavia, lavorando da editor di saggistica, spesso il lavoro finisce per sconfinare in una leggera forma di ghostwriting: questo semplicemente perché gli autori di saggi, di solito, sono professionisti molto competenti sulla loro area di sapere ma non necessariamente allenati a scrivere, e per far rendere al meglio i loro contenuti hanno spesso bisogno di un aiutino.

Scrittrice, sceneggiatrice, sassofonista, editor: quando dormi??
E soprattutto…che infanzia hai avuto per avere una vita adulta così ricca di cose da fare e talenti?

Aspetta, aspetta: non sono mica tutte queste cose! Io sono una redattrice ed editor 9 ore al giorno, una musicista amatoriale circa 6 ore alla settimana, una scrittrice nelle ore che avanzano, e mischiato a tutto questo una moglie e una figlia, che son cose che richiedono anche loro il loro investimento di tempo se le vuoi far bene.
Poi mettici il tempo dei viaggi per le presentazioni quando sono in fase di promozione di un libro (in media, due presentazioni alla settimana tutto l’anno) e attività extra come corsi o workshop nelle scuole…
Okay, effettivamente ammetto che a leggere tutte queste cose venga comunque da chiedere “Ma quando dormi?”. Be’, guarda, ti dirò: a me capita spessissimo di incontrare ragazzi (o adulti) che coltivano con passione e anche costanza e serietà un hobby che può essere la scrittura o la musica, e tutti fanno la mia stessa vita, ossia si ritagliano più tempo che possono per portare avanti questa loro vita parallela al meglio. In Italia, dopotutto, scrittori che vivano solo di scrittura non ce ne sono molti, alcuni per necessità ed altri per scelta (la scelta che condivido, peraltro: uno scrittore che se ne resti chiuso a lavorare solo sui suoi libri rischia di perdere il contatto con il mondo reale), e imparare a far convivere il tempo dei lavori altri con quello della creatività è più normale di quanto sembri.
E qui chiudo il cerchio rispondendo riguardo alla mia infanzia: ho avuto la grandiosa, ma veramente grandiosa, botta di *beep* di beccare due genitori che hanno sempre incoraggiato queste attività creative collaterali, e mi hanno insegnato, stimolato, a coltivarle con saggezza, cioè senza farle competere con, per esempio, l’impegno scolastico. Conosco ragazzi di un talento eccelso che si sentono dire che non fanno che perdere tempo a lavorarci su. Che sofferenza. Li adotterei tutti e farei vedere loro che invece SI PUO’ FARE!

Un rubino nel fumo. Mi hai citato Un rubino nel fumo. Grazie!
E quindi ti chiedo: 3 libri. Che si sono stampati nel tuo cuore, che pensi che si debbano assolutamente leggere, che dovrebbero essere in tutte le case, quello che vuoi! Tre libri!

Aaah, vieni qua, fatti abbracciare, cara sorella estimatrice di Un rubino nel fumo (o Il rubino di fumo, come si è intitolato per un po’ – lo dico perché mi sa che potrei averlo citato con questo vecchio titolo qui)! Dunque, così su due piedi e anche un po’ influenzata da una recente e suggestiva gitarella nelle isole britanniche, ti schiero come must della mia adolescenza, letture che mi hanno buttato carbone su carbone nella locomotiva dell’immaginario: La pietra del vecchio pescatore di Pat O’Shea, un’avventura tenerissima che mi ha insegnato che un romanzo può essere anche molto istruttivo.
Un grido nella notte di Jay Kelso, un innocuo gialletto pubblicato a suo tempo dalla mitica Mondadori Junior che però mi ha mostrato come far convivere umorismo e leggerezza con la suspense; e infine il mio libro preferito di sempre, un must, un cult nel mondo anglosassone.
La principessa sposa di William Goldman (qui pubblicato per un certo periodo anche come La storia fantastica), metaletteratura a manetta condita con avventura e soprattutto con uno stile meraviglioso, in cui ogni paragrafo è una risata o una frecciata.

E 1 libro. Che ti ha fatto schifissimo. Che non sei riuscita a finire di leggere, o che l’hai finito ma ti sei pentita di avere sprecato il tempo che ci è voluto a leggerlo!

Ah, no, a questa non posso rispondere. E ti dico perché: da editor, so quante persone lavorano su ogni singolo libro che esce; parlar male di un libro va proprio contro la deontologia, perché non significa solo criticare valori e impegno di un collega scrittore, ma anche dare degli imbecilli, o dei “cattivi” che hanno messo sul mercato un pessimo prodotto in consapevole malafede, a tutta una schiera di persone che invece, probabilmente, ci hanno creduto, o quantomeno si sono impegnate per far sì che quel libro desse il meglio di sé.
Naturalmente, però, anch’io ho dei gusti o dei parametri. E allora mettiamola così: non mi piacciono i thriller gratuitamente truculenti (mi sanno di immorale: mi immagino uno scrittore, ben pasciuto e sereno, alla sua scrivania, che si chiede in quali e quanti modi efferati ammazzare oggi una persona, seppur di carta…), i romanzi d’amore in cui uno dei due protagonisti è un bastardo e l’altro pende dalle sue labbra senza riuscire a vedere (trovo che generino dei modelli pessimi per i lettori, specie più giovani), i romanzi in cui lo stile è artificioso e barocco (per la miseria, mi stai raccontando una storia o mi stai facendo vedere quanti aggettivi conosci?), e i romanzi che si prendono troppo sul serio, in cui l’autore sembra desiderare in ogni pagina che la sua lezioncina venga fotografata e condivisa sui social.

Amelie Nothombe lavora solo di notte, Dan Brown al mattino presto, e tu? Qual è la tua routine di scrittrice?

Ma avercela, una routine! Presente quando dicevo che gli scrittori che hanno anche un altro lavoro devono ritagliarsi il tempo? Io scrivo sul treno quando sono in viaggio, la sera quando non sono alle prove con le mie band, la mattina alle sei quando non faccio ginnastica, in pausa pranzo quando sono sotto scadenza, nei bar quando sto aspettando che inizi un appuntamento, e sul divano con il tablet poggiato sulle ginocchia grazie a quel meraviglioso coso inventato da Ikea quando voglio passare una serata tranquilla e mio marito, sul divano accanto a me, guarda un film di arti marziali! E ti dirò che all’inizio può sembrare dispersivo, ma con l’allenamento è fighissimo vedere quanto in fretta riesci di volta in volta a entrare nello stato di concentrazione necessario: è tutto allenamento, davvero… e anche voglia insopprimibile di andare avanti a scrivere una storia che ti sta appassionando!

Alice Basso e Alessia Gazzola: avete una scrittura molto diversa ma per qualche motivo vi accomuno. Siete entrambe giovani, scrivete molto bene, i vostri romanzi mi piacciono molto. Lei dopo l’ultimo libro di Alice Allevi ha detto che si prenderà una pausa per un po’ ed è uscita con un altro romanzo, Lena e la tempesta. Tu hai altri progetti oltre alla serie di Vani?

(tipo…una serie tv su Vani Sarca. Magari tra qualche anno…quando il confronto con i libri non sarà più così severo…)

Qui lo dico e qui non lo nego: se mai dovessero andare in porto i progetti per una serie tv su Vani, io chiederò come clausola imprescindibile, prioritaria anche rispetto a tutte quelle sul pagamento, di poter andare almeno un paio di volte sul set. Perché sono certa, certa!, che se il mondo dell’editoria è così bizzarro, a tratti grottesco, da avermi fatto pensare “Io devo assolutamente scrivere una serie di romanzi per raccontare questo ambiente”, quello della tv dev’esserlo dieci, venti volte di più, e costituire una fucina inesauribile di spunti satirici! …Vedremo! 🙂

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