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Chiara Tagliaferri, una donna fuori da ogni schema

Chiara Tagliaferri è una bravissima autrice. Insieme a Michela Murgia ha ideato e scritto il podcast Morgana, che potete ascoltare su Storielibere.fm o sulle piattaforme di streaming come Spotify. Ogni 17 del mese esce una nuova puntata: queste puntate durano dai 45 minuti all’ora circa e in ognuna la voce di Michela Murgia racconta la straordinaria vita di una donna.

Le morgane che Chiara e Michela scelgono di raccontare sono donne forti, libere e scomode. Scomode perché si ribellano agli schemi e ai ruoli che altri scelgono per loro tracciando da sole la propria strada e lasciando il segno. Da questo podcast è nato il libro Morgana, edito da Mondadori, che raccoglie dieci di queste storie. Ho assistito alla presentazione del libro al Forum Monzani di Modena, un incontro interessante e bellissimo, che ha piantato il seme di questa intervista a Chiara.

È stata una chiacchierata lunga, in cui lei mi ha raccontato tanto di sé, di Morgana, dell’essere donna ma soprattutto dell’essere libera. Sarebbe bello che una delle puntate di Morgana fosse dedicata proprio a lei.

Mi capita spesso di sentire donne, ma anche ragazze giovani, prendere le distanze dalla parola femminismo come se fosse una malattia, alzando gli occhi al cielo e sminuendone il valore. Perché per molte donne definirsi femministe è quasi una vergogna oggi?

Non è colpa loro…
Sulla base di una differenza biologica si è generata da millenni una differenza sociale che siamo lontanissimi dal colmare. La disuguaglianza di salario e la disparità di accesso al potere sono ancora impressionanti in Italia, in Europa e nel mondo.

Non a caso abbiamo scelto per le nostre morgane Frances McDormand, una che, quando ha ricevuto l’Oscar, ha detto solo due parole: “Inclusion rider”. Ha voluto gridare da quel pulpito, in quell’occasione, quanto è ancora importante una clausola che serva a garantire la presenza di donne in tutte le categorie in cui solitamente sono sottorappresentate: nelle troupe dei film, nei cast. E non solo le donne, ma anche le diverse etnie, perché ancora siamo lontanissimi dal colmare quell’equivoco, quel malinteso rapporto di valore.
Quando ci viene detto che siamo speciali, che siamo esseri superiori, chi ce lo dice solitamente è un uomo che in questo modo ci pone in un piano che non è mai lo stesso suo Come se sottolineare una nostra presunta superiorità significasse invece confermarne un’altra che è la loro.

Non c’è bisogno di essere maschi per essere maschilisti, e spesso le donne per avere accesso ai luoghi di potere sono quasi costrette a usare modelli comportamentali maschili. Gli stessi che fanno loro alzare gli occhi al cielo quando si parla di femminismo.

Io stessa non mi definisco femminista, come non lo sono tantissime delle nostre morgane. Quando a Zaha Hadid viene chiesto di dire qualcosa di femminista per le donne arabe lei dice “Non voglio diventare un esempio per le donne femministe, io voglio essere un esempio per le donne e gli uomini che credono solo nel loro talento”. Perché quella è la formula migliore per liberarti, per toglierti da una situazione opprimente di sopruso.

Le circostanze quotidiane in cui noi vediamo ribadire il demone insidiosissimo del patriarcato, infatti, sono infinite.

Bastava chiedere! 10 storie di femminismo quotidiano di Emma Clit: uscito da poco in Italia è un libro che apre gli occhi su come la società ci chieda di essere brave mogli e brave madri, e agli uomini di essere eroi. Categorie imposte dall’alto: come ci si libera?

Parlando di Emma sì, sembra che fin da quando nasciamo siamo destinate a diventare mogli e madri.

Io in effetti sono moglie, non sono ancora madre, non so se lo diventerò mai, mi piacerebbe. Ma dall’altra parte ho un marito che non ha il carico dell’eroe addosso. Non è il guerriero che parte alla battaglia e io lo saluto dall’uscio di casa, lui va a scuoiare un orso e io a fare la casalinga, come nei fumetti di Emma.

Anche se lui è cresciuto con quella missione. I bambini devono gridare, giocare, saltare, ferire, far male e le bambine devono essere educate, silenti, carine e angelicate.
Categorie che sono comode: finché sei dentro la categoria non fai rumore, se non fai rumore non dai fastidio a nessuno.
Nel momento invece in cui tu provi a trasformare i perimetri di quella categoria corri un grosso rischio e spesso ne paghi le conseguenze attraverso il corpo. Perché è il corpo delle donne il primo bersaglio, cosa che non accade agli uomini.

Più educhiamo i bambini di oggi a non avere questa rigidità, a pensare che sia bello e giusto che un bambino voglia giocare con una bambola come che una bambina voglia gridare, più insegniamo loro a esprimere il proprio io, né più né meno.

Un bambino non vede i confini, li vede l’adulto: ma se l’adulto chiede al bambino di stare dentro a quei confini, calpesta la sua libertà di pensiero e di essere.
Una libertà difficile da far attecchire ma anche da avvallare per un genitore, anche mio coetaneo.

Uscire dalle categorie imposte prevede due cose però: il coraggio di farlo ma soprattutto la presa di coscienza che queste categorie esistono. Ci sono stati momenti rivelatori nella tua vita, esplosioni di comprensione che ti hanno cambiata e resa ribelle?

È una domanda difficile. Ce ne sono stati tanti in realtà…

Io ho perso il padre giovane, avevo 13, 14 anni. Lui era molto severo, così com’era e com’è tuttora severa mia madre. La mia era una famiglia in cui se veniva detto un no, questo non era seguito da una spiegazione.
Non per durezza o ignoranza, ma perché i miei stessi genitori provenivano da questa formazione.

Mio padre aveva avuto una famiglia veramente disgraziata. Lui era rimasto orfano da bambino e aveva un fratello minore che diventò poi il matto del paese. Questo mio zio era intelligente, molto bello e teoricamente il più talentuoso dei due. Quindi avevano fatto studiare lui non mio padre. Ed è stato quello che invece, in tarda adolescenza, ha cominciato ad avere i problemi che lo hanno bollato come matto del paese, poi come persona pericolosa e poi come persona da rinchiudere in un manicomio.

Quello che mi dicevano da bambina era che se continuavo a comportarmi così, a chiedere spiegazioni, a non accettare quei no, quella sarebbe stata la mia fine. Perché quello che loro vedevamo nella mia intemperanza era per loro traducibile come malattia.
Non ero una bambina con un certo carattere, con un’emotività o un pensiero forti, ma una bambina da abbattere, da zittire prima che diventasse troppo complicata da gestire.

E dunque quello che io ho fatto per anni è stato non dire, non fare, non espettorare nulla. Poi mia mamma è rimasta vedova e allora quello che io potevo fare era marciare come ci si aspettava avrei dovuto fare, come un soldatino.

Perché ognuno doveva fare il proprio dovere.

E io, a un certo punto, ho pensato che questa cosa mi avrebbe uccisa: l’unico modo per salvarmi era progettare una fuga, ed è quello che ho fatto. Ho iniziato a mettere da parte dei soldi da quando ero adolescente per poter subito dopo il liceo scappare e scegliere una scuola che mettesse tra e la mia famiglia chilometri sufficienti per non dover tornare a casa e per poter ricominciare tutto in un altro modo, credendo in me stessa come nessuno aveva mai fatto prima.

Quando provieni da una realtà molto chiusa dove ciascun per sé e dio per tutti, ognuno è concentrato a salvarsi la sua, di pelle, e quello che io ho pensato è stato che se volevo salvare la mia, dovevo allontanarmi da una situazione mortifera come spesso è nelle famiglie.
Non per mancanza d’amore, ma perché l’amore che mi davano non contemplava il desiderio dell’altro o la sua facoltà di azione.
Dovevo seguire una traiettoria già decisa.
Ma quella traiettoria per me sarebbe stata soffocante e ho dovuto tracciarne un’altra. Quello che mi ha tenuto in piedi fino a quel momento era progettare una vita diversa grazie a tutti i libri che leggevo, i film che vedevo, le storie che imparavo.

È anche per questo che Morgana è stato, è, bello da scrivere, perché disseminate in ogni Morgana, come Pollicino o come Arianna ho seminato pezzi di me. Tonya, ad esempio, ha fatto quello avrei voluto fare io.
Le morgane che mese dopo mese io e Michela abbiamo raccontato vanno a guarire un determinato aspetto: l’amore, la famiglia, il lavoro, qualsiasi cosa. Molte di queste morgane fanno parte di un mio personale pantheon di dei che chiamavo in aiuto.
Sono partita da un bisogno di moltiplicare le categorie o sarei morta di stereotipi, e l’unica cosa che ho potuto fare è stata provare a vivere senza vedermene imposta nessuna.
Una categoria definita, lo ripeto, non da sentimenti di odio, ma di preoccupazione e amore.

Quando tua madre è impegnata a fare il minor rumore possibile per non dare fastidio, lei stessa auspica per te la stessa vita di silenzio o di sfondo. Quello che io ho fatto è stato decidere che quello sfondo non mi stava più bene non mi era mai stato bene, non l’avevo detto per anni e quando l’ho detto sono scappata.

E tua mamma come l’ha presa?

Malissimo!

Nel momento in cui ti togli da un meccanismo psicotico, questo meccanismo deve continuare ad esistere senza di te e per reggere deve simulare una morte, perché non può tollerare la tua assenza.
Io non esistevo più per lei e per mia sorella. Ma il tempo e l’analisi aiutano un po’ adesso torno con una grande felicità! Ho ricomposto una mia famiglia con la persona che ho scelto di avere al mio fianco e che si è sudata questo ruolo!
In questo senso ho fatto quello che fanno le nostre morgane; stare dentro un cliché è comodo per tutti, romperlo crea un conflitto. Ma visto che nessuno vuole vivere in categorie in cui gli altri ti hanno ficcato, la cosa che puoi fare è moltiplicare queste categorie all’infinito.

Com’è nata Morgana?

Dalle cose storte nascono le cose diritte: avevo invitato Michela in una trasmissione radiofonica molto brutta di cui ero autrice per radio 2.
Avevano messo insieme due conduttori che non si sopportavano ed era stato evidente fin dalla prima riunione. Io ero una delle autrici e avevo invitato Michela. Lei, molto gentilente, era venuta a promuovere un suo libro e il conduttore le ha fatto un’intervista aberrante.
Io ero dall’altra parte del vetro e sudavo. Avevo scritto una serie di domande, intelligenti secondo me! che non erano state lette. Poi Michela è uscita. Ci conoscevano già, mi aveva visto accanto a mio marito, scrittore come lei, spesso insieme avevano presentato libri ai festival, ma non avevamo mai davvero parlato.
Lei aveva capito il mio imbarazzo, le ho chiesto scusa e siamo andate a prenderci un caffè.

Dal momento che lei era stata per anni una giocatrice di ruolo, una sacerdotessa del mondo di Loth pazzesca, le avevo chiesto cosa pensasse di Martin e delle sue donne (autore di Game of Thrones ndr). Le sue giocate infatti, che erano tutte scritte, erano state una palestra dell’immaginifico incredibile. Tra elfi, draghi, sacerdoti e stregoni c’era un mondo meraviglioso, simile appunto a quello di Game of Thrones, in onda quando era venuta ospite. Le ho fatto fuori onda questa e tutte quelle domande che non le avevano fatto e lei mi ha chiesto “Ma scusa perché questa intervista non me l‘hai fatta tu?”.

Abbiamo cominciato a ragionare su quanto sarebbe stato bello poter fare una trasmissione in cui si parlava di donne scomode. “Di questo dovremmo parlare”, ci siamo dette “di donne fuori da ogni schema, così spaventose da essere temute”. Perché siamo in un mondo in cui è meglio essere temuta che stimata. Perché il rispetto che una donna riceve lo riceve quando fa paura, una frase che abbiamo utilizzato anche per Margaret Atwood.
Visto che un programma così non c’è, scriviamolo noi! E l’abbiamo chiamato Morgana.
Perché Morgana? Perché in base a come la guardi, Morgana viene ritenuta fata o strega.
Finché dona il suo potere a servizio del fratellastro è una fata, nel momento in cui decide di utilizzarlo per sé stessa fregandosene delle forze del regno e del fratello, ecco che diventa una strega. Sempre la stessa donna, sempre gli stessi poteri: in base a per chi li usa diventa fata o strega.
Abbiamo pensato che questa dicotomia così interessante potesse essere perfetta come titolo per contenere la casa delle donne fuori dagli schemi.

Hai detto prima che ogni Morgana è un pezzettino di te: ce n’è una sopra tutte le altre?

Le più violente forse! La mia top three inizia con Tonya Harding, poi le sorelle Brontё, anche loro violentissime, e Frances Glessner Lee, che in un mondo prettamente maschile ha usato le uniche armi che le era stato concesso di utilizzare, prettamente femminili, il ricamo, la pittura, la miniatura, per diventare la capa di un mondo di uomini.
Quando è rimasta vedova e ricca ha potuto fare, nella seconda metà della sua vita, quello che non aveva potuto nella prima, passata a studiare Conan Doyle e fare le case di bambole, diventate poi case di bambole morte.

Tonya, anche lei femminista inconsapevole, ha avuto un coraggio scelleratissimo. Ha fatto quello che io sogno di fare da quando ho tre anni: prendere a bastonate tutte le persone che sono un ostacolo alla mia felicità o che mi hanno fatto male. Invece io sono abituata a parlare a bassa voce, a mettere camicette di crinolina, a non poggiare i gomiti sul tavolo.

Emily Brontё era una furia: una ragazza feroce, dal portamento elegante, che non concedeva un centimetro di spazio alla vanità. Aveva capelli lunghissimi e bellissimi, che raccoglieva perché non voleva che niente di morbido fuoriuscisse dal suo corpo. Voleva avere il controllo di tutto, eppure appena muoveva un passo nella brughiera diventava un animale selvatico, come quelli che raccoglieva e portava a casa. Era una che quando si feriva si cauterizzava le ferite da sola, una vera guerriera, e proteggeva in maniera furiosa quella solitudine. Viveva in un mondo che poteva sembrare piccolo, ma in realtà era un insieme di universi: lei parlava con i fantasmi di Byron, Shelley, era una panteista che viveva a contatto con la natura.
Nel momento in cui il fratello terribile muore anche lei si lascia morire, in qualche modo si suicida. È molto probabile che tra i due ci fosse un rapporto incestuoso: Charlotte ha bruciato tutte le carte e le note del fratello Branwell e di Emily, non tanto per proteggere Branwell, che ormai disprezzava, ma per proteggere la sorella.

E poi abbiamo voluto fortissimamente parlare di un Morgano: Stephen King.
Le sue sono donne spaventose, perché sono state spaventate e non vogliono più esserlo. Tutti noi siamo cresciuti nella violenza, che non significa l’abuso o la sopraffazione per forza, ma piccoli soprusi quotidiani.

Non voglio fare la femminista ma mi viene fuori! Siamo sottoposte ogni giorno a questi piccoli soprusi. Pensiamo alle donne cilene, che hanno manifestato dicendo “El violador eres tu”, perché non importa come ero vestita, come mi muovevo o come camminavo, tu sei lo stupratore. È per questo che le morgane più violente sono quelle in cui mi rispecchio di più.

Durante l’incontro a Modena hai raccontato di esserti ritrovata con Michela in un covo di separatisti sardi in Sardegna per ore…che cosa hai fatto in tutte quelle ore?

Ascoltavo, guardavo… è stato molto bello vedere Michela tornare nel suo mondo!

Lei ha fatto politica per anni. Se ci pensi ogni cosa che dice o scrive Michela è politica. Quello che fa con morgana è un atto politico. Io l’ho fatto in maniera inconsapevole. Quello che per me è arrivato a coronamento di un percorso “Cazzo, sono femminista!” lei lo aveva chiaro in testa fin da subito.
Michela subisce quotidianamente un bodyshaming mostruoso che io non riuscirei a reggere: perché è molto esposta e per il coraggio che ha di dire e fare quello che dice e fa.
Qual è il risultato? Che se l’attacco al suo corpo di donna, un attacco che vorrebbe imporle quello che può o non può fare, può o non può desiderare, può o non può ambire ad avere o essere non è per distruggere lei ma per zittire tutte le altre donne. Vedendo quello che le può capitare loro se parlano, ci pensano due, tre, quattro, cinque, dieci volte prima di far sentire la loro voce. Ed è per questo che è importante invece farla sentire.

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