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Lorenza Gentile: dove ti porta la vita

Lorenza Gentile, sembra banalissimo dirlo, è gentile di nome e di fatto. L’ho raggiunta per telefono per intervistarla sul suo nuovo romanzo, Le piccole libertà, edito da Feltrinelli. Mi sarebbe piaciuto incontrarla di persona, perché ha due occhi luminosi e un sorriso splendido.

È il suo terzo romanzo, dopo Teo e La felicità è una storia semplice, ma io l’ho scoperta solo quest’anno, con questo libro di cui mi aveva colpita la copertina. È stata una bellissima scoperta, e poterne parlare con lei e farmi raccontare di Oliva, della libreria parigina Shakespeare & Co e di come è nata questa bellissima storia è stato un privilegio!

Le piccole libertà è la storia di Oliva.
Oliva sta per sposarsi, sta per vedere confermato il suo contratto a tempo indeterminato (è quello che spera, almeno) e ha davanti a sé una strada ben definita da percorrere. Ma un giorno fa un piccolo scarto da questa strada: le consegnano un pacco, è della zia che non vede da tantissimi anni, una zia amatissima che le diatribe famigliari hanno allontanato dalla nipote. Nella lettera che accompagna il pacco zia Vivienne chiede a Oliva di raggiungerla a Parigi e lei, contro il volere di tutti, lo fa. Si ritrova ospite della famosa libreria parigina Shakespeare & Company, catapultata in una realtà molto diversa da quella che conosce e che la aiuterà ad aprire gli occhi e a cercare la sua libertà.

Tu sei stata effettivamente ospite della libreria Shakespeare & Co, nel 2011, per tre mesi. Ma perché ci sono voluti dieci anni per scrivere questa storia ambientata proprio lì?

Eh, bella domanda! Quando sono stata alla Shakespeare & Co. io già amavo scrivere, avevo già scritto qualche racconto ma non ancora il mio primo romanzo. Ma sapevo che prima o poi avrei voluto raccontare quel mondo. Non è stato il primo romanzo che ho scritto perché la storia di Teo l’avevo già in mente quando vivevo lì e le ho dato la precedenza. Poi, nel frattempo, La felicità è una storia semplice mi ha preso in modo spontaneo e ho voluto raccontare quella, di storia.
Per Le piccole libertà sentivo che dovevo raggiungere una maturità diversa, sia come persona che come autrice. Perché la difficoltà in questo caso era riuscire a rendere la mia esperienza un romanzo: non volevo scrivere una storia autobiografica e dal momento che avrei raccontato cose che avevo vissuto in prima persona, dovevo trovare la giusta distanza tra quello che avevo vissuto e la storia. E poi ho dovuto trovare una storia e una voce giuste, che mi permettessero di inventare anche, e quindi di non rimanere troppo aderente alla realtà.
Trovare questo distacco, per come sono fatta io come autrice, è stato una sfida. I miei primi due romanzi sono molto lontani da me: in uno il protagonista è un bambino, nell’altro un uomo di 46 anni con sua nonna, molto diversi da me, ma in realtà c’è sempre qualcosa di me in ogni personaggio che invento.

Trovo più semplice scrivere così: anche quando ero più giovane, nei miei diari, non ho mai scritto in prima persona parlando di me stessa. Scrivevo dei veri e propri racconti con personaggi diversi da me che magari vivevano cose simili.

Quando è arrivata Oliva si è fatto tutto più chiaro.
È arrivata Oliva, è arrivata zia Vivienne: mi hanno ispirata e ho scritto la storia che volevo, un compromesso tra realtà e finzione.

In molte tue interviste, infatti, hai tenuto a precisare che Oliva è diversa da te e che non è un romanzo autobiografico. Ma la storia di Oliva, il suo percorso di crescita, perché di questo si tratta, è condivisibile da tutti. Che cosa c’è di Oliva in te?

Certo, assolutamente! C’è sempre qualcosa di me nei miei personaggi, semplicemente non voglio che i lettori identifichino il personaggio con me. Soprattutto in questo caso, in cui il personaggio principale è una ragazza della mia età, che parla in prima persona, che ha fatto un’esperienza come quella che ho fatto io…ci tengo a non essere identificata con lei.

Ma ha tante cose di me! A livello psicologico ha delle fragilità e debolezze che senza dubbio sono state anche le mie e lo sono tutt’ora. Fa fatica a esprimersi, a trovare il modo di essere sé stessa, che è una cosa che anche io ho provato in passato, e ha passioni che ho anche io.
Il teatro, sicuramente, gli snack cinesi e i biscotti della fortuna. Sono anche riuscita a cucinarli! Perché una cosa in cui io sono diversa da lei è che io sono una frana in cucina. E mi piaceva l’idea di riuscire a cucinare attraverso la mia protagonista.
Anche la sua situazione famigliare è diversa dalla mia, come il contesto sociale. Le cose più profonde mi rispecchiano, gli aspetti più caratterizzanti e di superficie invece sono indubbiamente diversi.

A differenza mia, che sono fondamentalmente una vigliacca e non ho fatto nemmeno l’Erasmus, tu invece sei superinternazionale: Università in Inghilterra, poi la Shakesperae & Co. e la scuola di teatro in Francia.

Eh…sì! Ho avuto una famiglia che mi ha sempre sostenuta e spinta a fare nuove esperienze. Non è sempre stato facile. All’inizio a Londra è stato difficile, duro, ma poi mi sono sciolta e sono stata bene.

Come la mia protagonista anche io sono andata a Parigi con l’intenzione di starci per un week end, vivevo ancora a Londra, poi però non sono più tornata. Ogni giorno rimandavo la partenza: dopo tre mesi mi sono iscritta alla Lecocq, mi sono trovata un appartamento e alla fine sono rimasta un anno e mezzo.

Delle mie esperienze all’estero posso dire che la prima è stata un po’ più strutturata, ero iscritta all’Università, ma la seconda, a Parigi, è stata la vita che mi ci ha portato, e mi sono lasciata trasportare.

Oliva ha qualche problema con la sua famiglia, che sembra incatenarla a una vita che non è quella che vuole davvero. Vuole rispondere alle aspettative dei genitori, ma allo stesso tempo sente che non è quello che vuole. Tu hai avuto un bambino da poco, Martino. Quanto sei pronta ad essere una guida e una custode e non una catena per tuo figlio, quanto avverti la responsabilità dell’influenza che avrai su di lui?

Al momento ne sono consapevole, forse proprio grazie al fatto di avere scritto questo libro che è uscito proprio in questo momento e che mi ha fatto riflettere molto. Quando scrivo non ho tutte le risposte: scrivendo un libro anche io imparo, ma tra essere consapevoli di qualcosa e metterlo in pratica…non so quanto sarà facile.

Qualche giorno fa ho avuto una presentazione dal vivo a Milano e mi sentivo un po’ in colpa, sentivo di abbandonarlo già da così piccolo. Ma mio marito mi ha detto: “Se noi genitori ci sentiamo realizzati e siamo felici di ciò che facciamo, sono felici anche i nostri figli”.
Non dobbiamo pensarli come una cosa che ci appartiene: il rapporto è reciproco e biunivoco e questo mi ha fatto riflettere. Forse perché il rapporto con i figli comincia con la loro dipendenza da noi in tutto e per tutto si va avanti pensando che sia sempre così, ma i figli possono anche insegnarci molto, si evolvono ed è giusto lasciarli liberi. Farò il possibile per ricordarmelo!

Una delle ospiti della Shakespeare & Co. del tuo romanzo studia per entrare alla scuola internazionale di teatro Jacques Lecoq. L’hai frequentata anche tu, hai mai recitato o continuato a recitare?

Ho fatto teatro come studente e ho fatto uno spettacolo a Shakespeare & Co. Subito dopo Lecoq avevo già scritto il primo romanzo, Teo, e da lì ho iniziato la strada della scrittura e, purtroppo ho abbandonato il teatro.
Ma la mia scrittura ha un imprinting teatrale: il ritmo della scrittura, dei dialoghi, proprio il modo in cui scrivo libri.

Come mi succede spesso, ho scelto il tuo libro perché attirata dalla copertina. Come è nata?

Ho parlato con la mia editor e ci siamo chieste che tipo di copertina sarebbe stata giusta per il libro. Abbiamo deciso che volevamo l’entrata della libreria, una porta aperta per simboleggiare l’ingresso in un mondo nuovo.
E poi il fenicottero, perché simbolicamente all’interno del libro ha un suo significato e ci piaceva l’idea di mettere un elemento un po’ surreale che calasse il lettore nel mondo magico che è quello che ho raccontato nel libro.
Non ho saputo niente della copertina fino a quando non mi è stata presentata la prima prova. Ho pensato subito che fosse bellissima, perfetta così. Non l’abbiamo cambiata, che è una cosa che succede molto raramente in editoria, proprio nessuna modifica, e l’editore l’ha commissionata all’illustratrice, Marcella Onzo.

Qualche domanda al volo da libronerd:

Lasciare un libro a metà se non ci piace? Sì! La vita è troppo breve e i libri devono essere un piacere!
Orecchie nelle pagine? Certo.
Ebook o cartaceo? Cartaceo.
Usato o nuovo? Nuovo, poi magari lo distruggo ma deve essere nuovo.
L’ultimo libro che hai scoperto che ti è piaciuto tantissimo? Mi chiamo Lucy Burton di Elizabeth Strout.

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