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RACCONTARE GLI STATI UNITI: LE VOCI NARRANTI

Una voce per raccontare gli Stati Uniti non basta, nemmeno dieci, cento, mille, forse, basterebbero.

Gli Stati Uniti sono I Robinson, che già negli anni ’80 ci mostravano una scintillante lavastoviglie quando noi ancora non sapevamo cosa fosse. Sono il primo presidente di colore e subito dopo Donald Trump. Sono il quartiere multicolore di Castro e il Ku Klux Clan che raccoglie adepti ancora oggi.
Possiamo ritrovare le stesse contraddizioni anche a casa nostra, ci mancherebbe, ma quelle degli Stati Uniti sono, o sembrano, sempre più grandi, più invadenti e più universali delle nostre.
L’immaginario degli Stati Uniti, per chi di noi non ci ha vissuto per qualche tempo o non ci ha mai messo piede nemmeno il tempo di una vacanza, ce lo stiamo costruiti pian piano attraverso i libri che abbiamo letto, i fumetti che abbiamo adorato, le serie televisive di cui abbiamo fatto binge watching e l’industria di Hollywood.

Ma cosa sono gli Stati Uniti oggi? Come sono davvero? Questo è un sottile filo narrativo per raccontarli.
Autori che ho scelto perché ho amato leggerli o ascoltarli e che possono darvi punti di vista diversi da quelli che già avete.

Gli Stati uniti da Costa a Costa

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Una bella voce che ce li può raccontare è quella di Francesco Costa.
Costa è giornalista e vicedirettore del Post. Dal 2015 cura una newsletter e un podcast sulla politica e la vita degli Stati Uniti, Da Costa a Costa, che nel 2019 è diventato un libro edito da Mondadori con l’omonimo titolo.
Il podcast e la newsletter sono gratuiti e si mantengono grazie alle donazioni dei lettori.
Donazioni che hanno permesso a Costa di continuare a fare un giornalismo moderno e poliedrico, che utilizza tutte le piattaforme disponibili per fare informazione.
Il podcasting, l’account Instagram, la newsletter, il sito web: Costa è bravo a scrivere e bravo a raccontare.
A sviscerare questioni, tattiche politiche, scenari passati e presenti contribuendo così a rendere gli Stati Uniti molto più comprensibili e veri di quanto possiamo immaginare.
Dalla dipendenza dagli antidolorifici alla questione delle armi, dall’assistenza sanitaria all’avversione verso le autorità federali, Costa ci racconta il cambiamento e il declino americani.

Voci di donne dagli USA

Un completamento alla variegata umanità degli Stati Uniti raccontata da Francesco Costa sono i libi di cui vi parlerò adesso.
Primo di tutti L’educazione di Tara Westover, Feltrinelli editore.
Tara Westover è una ricercatrice universitaria che si è formata nelle migliori università americane, ma prima di arrivarci ha penato non poco.
Tara è figlia di genitori mormoni che interpretano la Bibbia a modo loro, sono convinti sostenitori dell’isolamento tanto da non registrare la nascita dei figli all’anagrafe e considerano il governo una setta di controllori votati alla limitazione della libertà dei cittadini.
Tutto questo dà origine a un’infanzia terribile, che si conclude con un riscatto epico.
(Per amore di verità devo dirvi che qualche perplessità sulla sua autobiografia l’ha sollevata Violetta Bellocchio, in un bell’articolo “L’educazione”: il racconto di un’infanzia trascorsa nella paura. Violetta sostiene che il caso editoriale di Tara sia capitato al momento giusto. Forse troppo giusto).

Un’altra storia di riscatto sociale, molto meno cruenta e sicuramente più censurata, è Becoming La mia storia, l’autobiografia di Michelle Obama, edita in Italia da Garzanti.
Uno dei libri più attesi del 2018, ha venduto molte più copie di quella del marito, diventando un best seller non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa.
Perché?
La first lady è un ruolo secondario nella politica statunitense, eppure è una carriera a tutti gli effetti che Michelle ha affrontato tenendo come bussole morale d’azione l’inclusione e la parità di genere.
La sua storia è un po’ una favola.
Le scelte difficili che ha dovuto affrontare, l’asticella sempre più alta nelle sfide che si è posta per tutta la vita, l’aver mantenuto con grazia e dignità un ruolo che le ha cambiato la vita.
Come quella di Tara Westover, anche quella di Michelle è una testimonianza del sogno americano: dalla periferia di Chicago alla Casa Bianca. Ma la parte più interessante della sua storia è quella in cui racconta la campagna elettorale del marito dal suo punto di vista.
L’incredibile tour de force che ha portato Obama alla Casa Bianca ha coinvolto pesantemente Michelle, che a un certo punto ha dovuto cambiare la sua personalità in pubblico perché così come si presentava, stava mettendo a rischio la popolarità del marito. Non è insomma sempre stata la donna più popolare degli Stati Uniti.
La possibilità che il suo memoir non dica tutto è molto alta: anche se non è più la first lady, lo è stata, anzi, è stata la prima first lady di colore. Non può certo distruggere tutto un immaginario costruito con tanta fatica confessando che avrebbe preso a schiaffi metà dell’elettorato. Ma anche nel suo glissare su una certa intimità a favore di un altro tipo di narrazione c’è tanta America.

Dice tutto, invece, La bastarda della Carolina di Dorothy Allison, edita da Minimum Fax, uno dei pochi libri per cui a un certo punto mi sono coperta gli occhi con la mano.
La bastarda della Carolina è la storia di Bone, figlia bastarda di una madre volitiva che ha sempre cercato di dare tutto quello che poteva alla figlia, con una forma di amore complicata e brutale.
Dorothy scrive delle donne dell’America rurale degli anni ‘50. Quelle che lei dice si sformano presto, sono dure e resilienti. Vivono in un mondo senza riscatto tirando su i figli con un amore feroce misto a violenza e risentimento, e ai quali la sopravvivenza è l’unica aspirazione concessa.
Bone subirà violenza indicibili dal patrigno, che le segneranno l’infanzia e l’anima: una storia quasi autobiografica perché è la stessa della Allison.
Quando il romanzo uscì, nel 1992, venne addirittura bandito dalle scuole per la narrazione cruda e violenta. Fu un duro colpo per l’autrice, che si vide in questo negato il suo diritto ad essere considerata innocente per le molestie e violenza subite. Stephen King e la moglie Tabitha ne distribuirono copie gratuite alle biblioteche del Maine perché potesse essere letto e diffuso.Leggetelo insieme al Due o tre cose che so di sicuro: è un libro brevissimo della stessa autrice in cui lei racconta delle donne della sua famiglia, di sé stessa e del suo romanzo più popolare. Una sorta di guida alla lettura per La bastarda della Carolina, che vi aiuterà a capire meglio l’autrice e il romanzo.

E se fosse stato tutto diverso?

Proviamo ad immaginare un’America nazista. Se pensiamo al Ku Klux Klan e alle Jim Crow Laws (le leggi razziali emanate fino al 1964 che mantenevano di fatto la segregazione razziale nei ristoranti, nelle scuole e nei luoghi pubblici in generale) non è poi così difficile.
Lo ha fatto Roberto Bolaño in La letteratura nazista in America, Adelphi editore. Bolaño presenta un’antologia degli scrittori filonazisti americani: romanzieri, poeti, movimenti letterari spiegati con tanto di indice finale dei nomi e bibliografia.
Ma nessuno di questi autori è esistito davvero, nessuna delle opere descritte è mai stata pubblicata. Un libro geniale con una galleria di personaggi tanto inverosimili quanto indimenticabili, come Jim O’Bannon (Macon, 1940-Los Angeles, 1996), il quale «conser­vò fino alla fine il disprezzo per gli ebrei e gli omosessuali; i negri cominciava pian piano ad accettarli quando lo raggiunse la morte».

Il complotto contro l’America di Philip Roth, Einaudi, è invece tutto un altro paio di maniche.
Ho cominciato ad ascoltarlo in macchina, senza sapere praticamente nulla del romanzo, e dopo un’oretta di ascolto mi sono dovuta fermare a controllare se per caso avevo preso una botta in testa e mi ero dimenticata di qualche pezzo importante di storia. No, niente botta in testa: nella realtà gli Stati Uniti non hanno mai avuto Lindbergh come Presidente, ma Roth scrive così. Seguendo la storia della stessa famiglia di Roth, ebrei di Newark che vivono con orrore la deriva nazifascista del loro paese negli anni ’30, in un quadro fantapolitico assolutamente plausibile e realistico.
Ho anche imparato una parola nuova: ucronia. Ovvero, il genere di narrativa fantastica basato sulla premessa che la storia del mondo abbia seguito un corso diverso da quello reale.

Saperne qualcosa di più della questione razziale

Che una strisciante e dilagante forma di razzismo attraversi il nostro paese e oggi più che mai si senta autorizzata ad essere manifestata, anzi, sbandierata, è cosa nota. Negli Stati Uniti affonda le sue radici molto più lontano, in una dicotomia bianco/nero che non si è certo risolta con l’elezione del primo presidente nero nel 2009.

Nel 2018 è uscito un film, Il coraggio della verità, trasposizione cinematografica di The Hate U Give, di Angie Thomas, romanzo edito in Italia da Giunti.
È la storia di Star, ragazza di colore di Garden Heights, immaginario quartiere nero.
Star non frequenta la scuola del quartiere. I suoi genitori hanno voluto darle una chance in più inscrivendola a una scuola per bianchi che vanta in tutto due soli studenti di colore. Una sera, tornando da una festa nel suo quartiere, Star e un suo amico vengono fermati da un poliziotto.
Se c’è una cosa che Star ha imparato sopra ogni altra che quando ti ferma un poliziotto bianco non ti devi muovere, non devi respirare troppo forte, devi dire sì signore e tenere gli occhi bassi. Anche Khalil lo sa, ma non lo fa: il poliziotto gli spara e Star diventa testimone di un omicidio.
Nonostante sia il romanzo che il film siano indirizzati a un pubblico di young adult, la storia è interessante, e, nell’audiolibro disponibile su Storytel, letta magistralmente da Giulia Greco.

Ma per avere un’idea un po’ più precisa di come da uno scontro tra poliziotti e afroamericani possa scatenarsi l’inferno bisogna guardare LA ’92.
LA ’92 è un documentario del 2017 diretto da Daniel Lindsay e T.J.Martin che racconta gli eventi che si susseguirono a Los Angeles in seguito al pestaggio di un uomo afroamericano da parte della polizia.
Il 3 marzo del 1991 il tassista Rodney Glen King venne fermato e pestato a sangue dalla polizia sebbene fosse disarmato. Non si era fermato a un posto di blocco per paura di perdere la licenza. Il pestaggio fu ripreso di nascosto dal videoamatore George Holliday, e trasmesso dalle principali reti televisive. Quando il 29 aprile del ’92 i quattro agenti coinvolti vennero tutti assolti, iniziò la rivolta che terminò il 4 maggio con un bilancio di 54 vittime, 2000 feriti e un miliardo di dollari di danni. Il documentario è stato montato su materiale d’archivio: è crudo, feroce e sanguinario. Un monito a quello che possiamo diventare anche se non lo crediamo possibile.

La serie di Bosch, detective del Dipartimento di Polizia di Los Angeles di Michael Connelly, è una testimonianza abbastanza oggettiva di quali sono state le conseguenze delle Los Angeles Riots sul comportamento dei poliziotti e il rapporto con la cittadinanza. I romanzi di Connelly sono gialli godibilissimi, hanno un piglio giornalistico e molto accurato tanto che adesso conosco meglio il funzionamento del dipartimento di polizia di Los Angeles che quello dei vigili del mio comune.
In tutto sono usciti finora 22 libri con protagonista Bosch, e due con Renée Ballard e Bosch, ma se non volete leggerveli tutti a me è piaciuta tanto anche la serie Bosch su Amazon Prime.

E l’America oggi?

Come ne usciranno gli Stati Uniti dall’emergenza sanitaria che stiamo attraversando? I cambiamenti nei nostri consumi e nei nostri stili di vita continueranno a provenire dall’America o gli equilibri sono definitivamente cambiati?
Non lo possiamo sapere ancora. Ho chiarissima nella mente l’immagine descritta da Francesco Costa: gli Stati Uniti continuano ad essere una macchina lanciata a folle velocità in avanti, ma perde i pezzi per strada e chissà come arriverà in fondo.

Ma il mio amore per gli Stati Uniti è iniziato con Furore di Steinbeck: la capacità narrativa degli autori americani di raccontare l’incredibile vastità il loro paese spero rimarrà intatta.

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