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Teresa Radice e Stefano Turconi: il fumetto senza confini

Teresa Radice e Stefano Turconi sono due fumettisti italiani saliti alla ribalta del popolo di Lucca Comics con Il porto proibito, edito da Bao. Scrivevano e disegnavano già per Topolino, Teresa scrive e Stefano disegna, ma i le loro graphic novel per adulti li hanno consacrati davvero come Autori con la A maiuscola, capaci di raggiungere i cuori di tantissimi lettori.
Durante il lockdown, tra un computer sequestrato dai figli, le lezioni on line e i compiti da seguire, Teresa ha trovato il tempo di rispondere a qualche domanda.

Sarà che le volte in cui mi trovo a lavorare con mio marito volano i piatti (ma nascono anche le idee migliori) sono davvero curiosa di sapere com’è per marito e moglie lavorare insieme a così stretto contatto: Teresa scrive la sceneggiatura e Stefano disegna? Lo fate insieme man mano? O nessuno dei due mette becco nella “parte” dell’altro? Litigate mai per lavoro?

A dire il vero lavorare insieme è la cosa più bella e semplice del mondo per noi, ci viene veramente naturale. C’è una divisione dei compiti molto netta, scandita. Noi raccontiamo sempre delle storie che abbiamo entrambi voglia di raccontare, quindi partiamo da un tema che ci sta a cuore, un posto che abbiamo visto e che ci piace molto, un personaggio magari storico che avremmo voglia di approfondire e in quel caso gli costruiamo assieme una storia di fantasia intorno. C’è sempre un’esigenza condivisa alla base di una storia che cominciamo insieme. La suddivisione del lavoro è veramente come una catena di montaggio: io mi occupo di scrivere la storia, di solito sono Moleskine fitte fitte fitte (perché io lavoro ancora a mano), tutta, dall’inizio alla fine

Dopodiché, Stefano dà corpo ai personaggi dei quali abbiamo parlato insieme. Quando il soggetto della storia c’è tutto e mi sono fissata in testa tutti i passaggi comincio a lavorare alla sceneggiatura, che è un vero e proprio copione. Come per il teatro o per il cinema, e nella sceneggiatura io racconto a Stefano quello che dovrà disegnare tavola per tavola, e vignetta per vignetta di ogni singola tavola.

In un libro come Non stancarti di andare, che ha 320 tavole, ci sono 320 pagine di sceneggiatura in cui io racconto vignetta per vignetta cosa si dicono i personaggi, se ci sono eventuali rumori eccetera, e da lì lui comincia a disegnare. È veramente una catena di montaggio. Non è un lavoro fatto a compartimenti stagni perché, anche se abbiamo due studi separati, io vado a vedere che cosa disegna e lui parla con me di cosa sta disegnando. Ci incontriamo a pranzo e si parla continuamente di quello a cui stiamo lavorando. Spesso c’è uno sfasamento perché io sto scrivendo un libro diverso da quello a cui lui sta lavorando lui! A volte io mi trovo nell’Inghilterra dell’800 e lui si trova in Russia.
C’è un continuo scambio, anche se le parti del lavoro sono suddivise in modo metodico. Non abbiamo mai litigato, io lo lascio molto libero di raccontare la storia con la sua regia. I personaggi sono fisicamente creati da lui, non gli do una descrizione fisica, solo caratteriale, racconto quelle che sono le loro passioni, le loro paure, le loro idiosincrasie. Dalle mie descrizioni psicologiche lui crea i personaggi.
In pochissimi casi gli ho dato delle indicazioni dal punto di vista fisico.
Per il resto più che di litigate si tratta di uno scambio di punti di vista, anzi! Le storie disegnate da lui mi sembra siano ancora più belle di come le avevo in mente io.
Devo dire fino adesso è andata alla grande e ci piace molto lavorare insieme, lo trovo bellissimo. È come viaggiare insieme verso posti sempre diversi.

Qual è il personaggio che più vi è rimasto nel cuore? ce n’è uno sopra tutti gli altri?

Che domanda difficile! È come chiedere a un genitore qual è il suo figlio preferito!
Poi i personaggi rispecchiano sempre qualcosa di noi. Nel mio caso io sono quella che scrive le storie, quindi non riesco a scrivere, a raccontare storie che in qualche modo non riguardino qualcosa che ho provato, che ho sentito dentro. Spesso lo racconto nelle interviste, negli incontri con i ragazzi delle scuole che magari vorrebbero fare questo mestiere. Dico sempre loro che l’importante in una storia, per arrivare al lettore, è essere onesti. Il che non significa che per forza quello che racconto deve essere vero, ma devono essere vere le emozioni che i personaggi provano. Il lettore che si trova di fronte a un’emozione e la riconosce, anche se è causata da una circostanza totalmente diversa da quella che l’ha causata in lui, se si riconosce in quell’emozione poi diventa quel personaggio. Quindi ci sono dei personaggi che magari mi sono più vicini…se dovessi sceglierne uno sicuramente direi Nathan Mac Leod de Il porto proibito. Chi lo ha letto spesso immagina che io mi rispecchi in Rebecca, ma la verità e che io invece mi sento molto Nathan.

Stefano non ha un personaggio preferito: forse quello a cui è più legato è Attilio, un personaggio del libro ambientato nella Seconda guerra mondiale che deve ancora uscire.

E qualcosa che avete fatto fatica a fare?  Una cosa ostica da disegnare, un intreccio impossibile da sciogliere?

Qualcosa che abbiamo fatto fatica a fare c’è. Non è facilmente identificabile nei libri che abbiamo portato a termine perché di solito di quelli si parla moltissimo, e poi alla fine si dimenticano i nodi che faticavamo a sciogliere.
Mentre ci sono un sacco di progetti che non sono andati in porto: erano progetti ostici da portare a termine, difficile trovare un editore che li accettasse. Molto spesso le nostre storie sono difficili da classificare quindi ci è successo spesso di proporre progetti che non potevano essere categorizzati da nessuna parte. Difficili da accettare per alcuni editori, soprattutto esteri. Per il resto, di solito quando una storia ci prende e ci coinvolge riusciamo in qualche modo a superare i momenti di intrecci difficili e i fogli bianchi. Parlandone tantissimo insieme una soluzione la troviamo sempre!

Il porto proibito: niente colori e tantissima poesia. Come è nato un progetto per certi versi così diverso dagli altri?

Il porto proibito è stato la nostra prima graphic novel per adulti. Il primo libro non strettamente riservato a un pubblico di giovani lettori.
Noi lavoravamo da anni per Topolino quindi eravamo classificati come autori per ragazzi: Il porto proibito è stato il nostro primo azzardo. È una storia che io avevo in mente, che avevo bisogno di scrivere, già da una ventina d’anni. Era rimasta lì e non aveva mai trovato il momento di fare il salto.
A un certo punto abbiamo veramente buttato giù il progetto in mille modi perché potesse essere accettato dagli editori ma, soprattutto all’estero, ci è stato continuamente rimandato indietro. Abbiamo perso il conto degli editori che ci hanno detto di no. Avevamo una lista di editori a cui mandavano il progetto, un foglio che si riempiva di croci rosse per i no ricevuti.
Alla fine, abbiamo deciso di realizzarlo esattamente come lo volevamo fare, cioè in bianco e nero, scelta insolita, e con la poesia, molto insolita: un racconto per persone grandi con un ragazzino come protagonista, sempre più insolito e un po’ sospetto.
Bao ha capito subito cosa avevamo in mente, ha amato molto il progetto e immaginato da subito quale sarebbe stata la buccia del libro, il suo aspetto di vecchio libro marinaresco, di mare. Tra noi e Bao è stato un innamoramento reciproco, e da lì il libro ha potuto trovare la sua strada.
Era una storia che, come dicevo, sentivo il bisogno di raccontare da vent’anni. È vero che è una storia di mare, ma è anche una storia che vuole raccontare il venire a patti con le persone che ti sono state portate via. La poesia mi sembrava il modo più naturale per riuscire a veicolare questo messaggio: poesia e letteratura sono per me da sempre luoghi in cui rifugiarmi quando mi sento sperduta, il filo rosso più naturale per il nostro progetto.
Il bianco e nero era inizialmente un’esigenza di tempo, era il nostro primo graphic novel così lungo, 300 tavole sono veramente tante. Noi venivamo dalle storie di Topolino, che quando erano lunghe erano sulle 30 tavole.
Ma poi, cammin facendo, ci siamo accorti che in realtà l’utilizzo di diversi tipi di matita e il disegno di questo libro, come se fosse un bozzetto, un carnet di viaggio, era perfetto per la storia che volevamo raccontare e abbiamo deciso di lasciarlo così.
Anche questa è stata una scelta un po’ insolita, ma superato il primo impatto, un po’ scioccante per i lettori, abbiamo visto che tanti si sono lasciati trasportare. Io sono felicissima che tanti lettori abbiano voluto bene a questa storia perché è una di quelle a cui sono tuttora più legata.

Domanda per Teresa: ci sono pagine di Non stancarti di andare che sono pura poesia. Hai mai pensato di scrivere un romanzo? Dedicarti alla sola parola scritta?

Se tu mi avessi fatto questa domanda anni fa probabilmente ti avrei risposto in modo molto diverso. Perché per anni io ho desiderato tantissimo poter essere considerata anche nel mondo dei libri “veri”, come li chiama chi pensa che la letteratura sia solo quella di pagine scritte fitte quindi non possa avere delle immagini che la accompagnano.
Però oggi posso dire che mi sento a casa mia nel fumetto. Ho provato, ho tentato di scrivere anche per conto mio e, ti dico la verità, non sono mai stata accettata. Questo mi ha fatto molto male in tempi passati, mi ha fatta arrabbiare e mi ha fatto stare davvero male. E poi me ne sono fatta una ragione.
Io probabilmente sono fatta per scrivere fumetti, fumetti che deve disegnare Stefano. Ci ho provato, ci abbiamo provato anche insieme perché comunque Stefano è anche illustratore di diversi libri per bambini, piccoli romanzi per giovani lettori, ma il fatto di avere fatto fumetti, può sembrarti buffo ma è così, per la maggior parte di editori per libri classici è pari a zero.
Ti chiedono una bibliografia e tutto quello che tu hai fatto nel mondo del fumetto non vale. Ci siamo scontrati contro tanti muri e abbiamo deciso che è nel fumetto che ci sentiamo a casa. A volte mettere un po’ più di parola scritta nel fumetto per me è una sorta di sfogo, perché a me piacciono le parole, a me piace scrivere, quindi succede che a volte mi senta un po’ stretta.
Però devo dire che il fumetto è la mia casa, è il luogo in cui mi sento più a mio agio.

Sempre Non stancarti di andare: io sono arrivata tardi, l’ho letto solo quest’anno. Ma l’ho trovato così attuale che ho pensato sarebbe stato un perfetto libro da leggere a scuola, alle superiori. Invece io mi trovo spesso un muro di mattoni davanti quando provo a suggerire a chi mi chiede un consiglio di lettura un fumetto. Lucca Comics è ormai un evento mondiale, eppure il fumetto rimane ancora più di nicchia rispetto ai libri. Perché secondo voi?

Non ti so rispondere. Credo sia semplicemente una questione di esperienza, di apertura mentale, di vedute. Conosco tantissime persone che hanno cominciato a leggere i fumetti con le graphic novel, i romanzi a fumetti, e hanno scoperto un mondo. Non credo che ci siano delle differenze sostanziali a livello emotivo tra un libro tradizionale e un libro a fumetti. È vero che Lucca Comics è un evento mondiale ma che il fumetto è di nicchia: forse è un vantaggio, i nostri lettori sono ancora più appassionati.
A volte ci dispiace, perché è vero che il fumetto è poco considerato, però è anche vero che cominciano ad emergere degli autori di fumetti che riescono a raggiungere sempre più lettori. Mi vengono in mente Gipi, Zerocalcare, e questo è prezioso per tutti quelli che fanno fumetti, perché loro riescono ad aprire delle brecce là dove gli altri, quelli meno conosciuti, rimangono indietro.
E chissà mai che chi legge questi grandi autori di fumetti non rivolga la propria attenzione anche verso quelli meno conosciuti.
Non fa niente, le cose possono anche avvenire pian pianino. Bisogna avere pazienza e fiducia: io credo che una buona storia sia una buona storia indipendentemente dal mezzo che la racconta. Può essere un testo teatrale, un’opera cinematografica, un cartone animato, può essere un libro tradizionale o può essere un fumetto.

Mi sono trovata ad essere davvero invidiosa dei vostri figli: crescono in un posto che ha un nome bellissimo, La Casa senza Nord, con una madre scrittrice e un padre disegnatore. Quindi cresceranno tra libri, colori e un papà che se gli chiedi di disegnarti un cavallo non ti da un foglio con sopra qualcosa che sembra un lombrico spappolato male. Seguiranno le vostre orme?

Anche io sono un po’ invidiosa dei miei bambini: loro crescono in questo posto che è sicuramente un luogo diverso da quello in cui crescono i loro compagni e a volte questo non è così semplice. Li rende un pochino degli strambi, degli alienati. Io sono convintissima che essere un pochino diversi, dover difendere la propria diversità, sia un valore.
I nostri bambini sono pieni di voglia di fare cose che ad altri bambini non vengono nemmeno in mente. Sono circondati dai libri, leggono le nostre storie, le seguono passo passo le storie che stanno crescendo sulle tavole di papà.
Sono abituati ad ascoltare musica che c’entra con le storie a cui stiamo lavorando perché ogni nostro libro è un viaggio che ci prende anni di vita e quindi noi crediamo fortemente che questo metodo immersivo porti a dei viaggi più emozionanti.
I nostri bambini ne fanno assolutamente parte e per loro tutto questo è normale: non è normale quello che vedono quando vanno a casa dei loro compagni che hanno una vita apparentemente “normale” per la società.
Io credo che siano tutti stimoli che spero li porteranno a trovare la loro strada nel mondo.
La nostra bimba grande, che è in prima media ed è sicuramente una creativa, non ha ancora ben deciso: vorrebbe seguire le orme di papà, fare fumetti, ma ha anche forti inclinazioni verso la recitazione.
Io sarei felicissima se facessero delle cose creative diverse dalle nostre, perché sarebbe la loro strada e non dovrebbero confrontarsi con il passato e le cose fatte da mamma e papà.
Poi saranno loro a decidere, sono assolutamente liberi, noi li seguiamo, non li precediamo, sono loro che tracciano la via e noi ci facciamo trasportare dalle loro avventure.
Michi, il piccolo, è indirizzato credo verso la musica: a 5 anni ha chiesto di imparare a suonare uno strumento difficilissimo, il violino. Ha iniziato a leggere lo spartito prima ancora di leggere in numeri, una cosa che ci lascia sbalorditi perché nessuno di noi ha un gran passato musicale. Stefano non ha mai suonato altro che il campanello di casa, io ho suonato un pochino di chitarra ma niente di che.
Lui invece studia moltissimo, gli dedica tantissimo tempo ed è strafelice. Quando vedo i bambini felici di fare qualcosa allora quella è la loro strada, credo che sia così. Gli errori ti insegnano ma la gioia ti spinge avanti. Noi li osserviamo, li supportiamo e speriamo che trovino una strada che li rende felici e che renda felici chi sta loro intorno.

Possiamo sapere a che cosa state lavorando adesso?

Chi ci segue su Instagram (@lacasasenzanord), che è l’unica nostra finestra social, ha già visto qualcosa del libro nuovo a cui stiamo lavorando. Io ho terminato di scriverlo (grazie a Dio) prima di questo lockdow, altrimenti non avrei più avuto tempo di fare nulla.
Stefano sta disegnando, ha superato la tavola 100 di un libro che ha più o meno 200 tavole, interamente ad acquerello, ambientato parzialmente in Russia durante la Seconda guerra mondiale.
È un incontro fra tre persone diversissime, come spesso accade nei nostri libri, tre soldati in questo caso, un italiano, un russo un tedesco. Sembra quasi l’inizio di una barzelletta e invece è una storia che ci porta molto lontano, sia dal punto di vista del set in cui è collocata sia dei ricordi, perché noi seguiremo primariamente quelle che sono le emozioni del soldato italiano, l’Attilio di cui parlava Stefano.
È un libro che ci sta emozionando molto, ci teniamo tantissimo, io ci tengo quasi quanto a Il porto proibito. Speriamo davvero che possa raggiungere tanti lettori ed emozionarli e speriamo di avere occasione di parlarne con loro. Vedremo come funzioneranno le presentazioni e la promozione in autunno, quando si prevede l’uscita.
Speriamo davvero di poterne parlare a tante persone perché ci sono tante belle cose da raccontare. Come noi anche i nostri bambini, specialmente il piccolo, anche se questo non è assolutamente un libro per bambini, sta seguendo passo passo la sua realizzazione. Conosce tutti i personaggi, di giorno in giorno va a leggere le singole battute, insomma lo sta leggendo come se fosse un feuilleton ottocentesco a puntate.
Questo è quello a cui stiamo lavorando adesso e se tutto va bene sarà pronto entro l’estate in modo da poter uscire questo autunno.

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